A partire dagli anni Novanta, gli occupati part time in Italia sono cresciuti rapidamente: erano 2,4 milioni nel 2007, cioè il triplo rispetto al 1992 (800mila), e nello stesso periodo sono quasi triplicati anche in termini di quota-parte dell’occupazione totale (da 5,5% a 14,1%).
Si tratta, però, di un fenomeno sproporzionatamente femminile: la percentuale di donne che lavorano a tempo parziale è passata dall’11,0% al 27,2% dell’occupazione femminile, che corrisponde a un aumento quasi quadruplo in valori assoluti (da 600mila a 2 milioni di occupate), mentre la percentuale di uomini nella stessa situazione contrattuale è sì raddoppiata, ma rimane nel 2007 al 4,4% (era 2,3% nel 1992); in valori assoluti, i lavoratori part time maschi sono passati da 200mila e 400mila. Questa situazione statistica così squilibrata indica che il part time e le altre forme di lavoro flessibile rischiano di trasformarsi, in Italia, in una “trappola di genere”: una nuova forma di gender segregation sul mercato del lavoro.
La soluzione del lavoro a tempo parziale, infatti, ha giocato un ruolo cruciale nel rapido aumento della partecipazione e dell’occupazione femminile (in parte favorendo l’emersione di sacche di lavoro “grigio”), che è stata a sua volta determinante – in misura comparativamente maggiore rispetto a quella maschile – nella crescita complessiva dell’occupazione registrata in Italia negli ultimi decenni. Il part time (insieme altre forme di lavoro “flessibile” introdotte con le riforme degli anni Novanta), in un certo senso, ha permesso di attivare un’offerta di lavoro femminile potenziale che rimaneva inattiva perché, a causa degli impegni familiari, non aveva la possibilità di dedicare al lavoro l’intera giornata/settimana lavorativa o aveva necessità di orari di lavoro meno rigidi e non aveva potuto accedere a “soluzioni femminili” già consolidate, come l’insegnamento o certi tipi di impiego nel settore pubblico caratterizzati da orari ridotti rispetto al tradizionale full time di 40 ore settimanali.
Ma proprio qui sta il punto: il bisogno di conciliazione fra lavoro e responsabilità familiari a cui il part time sembra offrire una risposta così funzionale era e rimane, in Italia, una questione tutta femminile; flessibilità e riduzione degli orari, pertanto, pur essendo teoricamente gender neutral (disponibili sia per gli uomini che per le donne) vengono considerate, nei fatti, delle opzioni solo femminili.
Le donne, così, rischiano di ritrovarsi confinate dalle stesse dinamiche dell’incontro fra domanda e offerta di lavoro in occupazioni a tempo parziale che sono valutate meno rispetto a un impegno a tempo pieno (occupazioni “da donne”) e che inoltre, dando accesso a redditi più bassi e minori opportunità di carriera, rivestono un carattere accessorio e eventualmente “sacrificabile” rispetto all’occupazione maschile.
Fonte: EGGE, Flexible working arrangements and gender segregation in Italy, marzo 2009.